Paolo I

Paolo è stato il primo vescovo a fregiarsi del titolo patriarcale ad Aquileia.

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Ritratto ideale del patriarca presente della Sala del trono del museo diocesano e Gallerie del Tiepolo a Udine

Tra la metà del secolo VI e i primi anni del secolo seguente sulla cattedra, dapprima vescovile e, da Paolo in poi, patriarcale di Aquileia, si succedettero cinque personalità che, in condizioni politicamente molto critiche, nel passaggio dal dominio ostrogoto a quello romano-bizantino (552 ca.) e da questo all’avvento del regno longobardo (568), si trovarono a difendere la “fides patrum” contro le decisioni filomonofisite di Giustiniano e del concilio ecumenico costantinopolitano secondo (553). Tutti, ma in modo più documentato tre patriarchi, Paolo, Elia e Severo, furono autori di lettere ai papi e agli imperatori e di documenti apologetici, a cui corrisposero lettere papali, di Pelagio I, Pelagio II e Gregorio I, e imperiali. Il conflitto si accese subito dopo la chiusura del concilio costantinopolitano, alle cui decisioni si era dovuto piegare, dopo una lunga resistenza, anche il papa Vigilio; a quelle decisioni si era opposto anche colui che sarebbe divenuto papa col nome di Pelagio I, che scrisse In defensione trium capitulorum e che poi invece, sollecitato da Giustiniano, intervenne presso il “magister militum” Giovanni per far recedere la Chiesa di Aquileia dalla condanna del concilio ecumenico e per agire in modo repressivo contro Paolo e contro altri vescovi della Liguria, della Venezia e dell’Istria che ugualmente, come altre chiese occidentali e africane, resistevano a quelle decisioni. Guidava allora la Chiesa di Aquileia Macedonio (542-557). Sia con Macedonio, sia con Paolo suo successore, si pose la questione dell’ordinazione episcopale: per Aquileia e per Milano vigeva l’antica consuetudine della consacrazione reciproca, ma papa Pelagio I condannò questa prassi nel caso di Paolo, consacrato dal metropolita di Milano nel 557. Il sinodo aquileiese, da cui Paolo spedì al papa un messaggio aveva ribadito l’attaccamento irremovibile ai deliberati di Calcedonia e il rifiuto della condanna dei Tre Capitoli: il papa perciò, dopo aver ricordato che nessun vescovo di Aquileia aveva mai partecipato a concili generali, contro i quali nessun sinodo particolare poteva pronunciarsi, definì il vescovo di Aquileia “pseudoepiscopus”. Venanzio Fortunato, nella Vita Martini, definì Paolo «pio» e lo ringraziò perché lo aveva convinto ad abbracciare la vita monastica. Paolo Diacono ricorda inoltre che P. dovette fuggire a Grado «secumque omnem suae thesaurum ecclesiae deportavit» per timore della barbarie dei nuovi sopraggiunti nel continente. Il titolo patriarcale, che si era andato diffondendo in segno d’onore durante il secolo VI e che fu proibito da Giustiniano nel 540, riservandolo ai cinque patriarchi “legittimi”, proprio nella lettera di Pelagio I conferma che era usato ad Aquileia per Paolo: dopo di lui fu usato regolarmente dai vescovi di Aquileia (e poi da quelli di Grado) con un’accettazione di fatto da parte di Roma fin dal secolo VIII. Paolo morì nel 569 a Grado e il suo «sepulchrum usque hodie ibi manet», come dice la Cronaca Gradense (rr. 348-349).
Per un approfondimento si rinvia alla voce Paolo I, patriarca di Aquileia curata da Sergio Tavano in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei Friulani, 1, Il Medioevo, a cura di C. Scalon, Udine, Forum, 2006, 650-652.

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