La prosa Submersus iacet Pharao

Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, Archivi e Biblioteca, codd. LVI, LVIII, CI e CII

Diversamente da altre polifonie primitive, la prosa Submersus iacet Pharao, formata da quattro strofe di versi giambici, è testimoniata soltanto da alcuni codici cividalesi e non si trova in altre fonti coeve, cosicché se ne può supporre l’origine locale. Essa costituisce un notevole esempio di cantus planus binatim, caratterizzato sul piano stilistico dalla tecnica dello Stimmtausch o ‘scambio delle voci’: esse infatti procedono nota contro nota, per moto contrario o speculare, attraverso intervalli di terza, quinta, ottava e unisono. Il testo esprime l’esultanza pasquale prendendo spunto dal passo del libro dell’Esodo in cui si narra che, subito dopo il passaggio vittorioso del mar Rosso, «Maria, la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un tamburello: dietro a lei uscirono le donne con i tamburelli e con danze» (Es 15,20).

Le rubriche precisano che il brano, popolarmente noto con il nome di Fanò (corruzione di Pharao), era cantato nei solenni Vespri di Pasqua quale tropo al Benedicamus Domino, in un contesto processionale. I libri che lo contengono sono: i graduali cod. LVI (cc. 246r-2475) e cod. LVIII (cc. 134r-135v), entrambi del XIV secolo; i processionali cod. CI (cc. 38v-39r) e CII (cc. 41r-42r), del XV secolo. Dal momento che l’Ordo ecclesiae Civitatis Austriae del sec. XIV non lo cita, si può supporre con Giuseppe Vale che esso entrò in uso dopo il Trecento. Ma eccezionale è stata la longevità di questa prosa dal punto di vista della prassi esecutiva: mentre Vale ne accerta la vitalità nella collegiata di Cividale ancora nel 1906, da informazioni orali risulta che il brano è stato cantato fino al 1960; e all’inizio del Seicento, secondo la testimonianza della Forogiulieide di Giovanni Cancianis, «questo canto alla Pasqua enunciato / vien da quattro cantori preparati / dopo i Vespri solenni esser cantati / con giubilo e dal popolo ascoltati». Ancora Cancianis afferma che la melodia sarebbe di origine ungherese e sarebbe stata importata dal patriarca Bertoldo di Andechs-Merania (1218-1251), cognato di santa Elisabetta, figlia del re di Ungheria Andrea: «Bertoldo ongaro essendo con ragione / s’ha a dire che sia introdotto allor quel canto / “ongaro” detto, qui famoso tanto, / qual è “Sommerso giace Faraone”». Naturalmente Vale tende a respingere come leggendario il commento di p. Gaetano Sturolo a questa notizia, e avanza invece l’ipotesi che l’autore della prosa possa essere identificato in quell’Antonius de Civitate attivo nel XV secolo con simili composizioni.

L’esecuzione qui proposta è tratta dal compact disc Visitatio. Holy Week in Cividale del Friuli, New London Consort, Philip Pickett, Editions de L’Oiseau-Lyre – Decca, 1998.

Submersus iacet Pharao
letentur filie Syon
cantent sororer Aaron
cum modulo
quia surrexit Dominus
de tumulo.
Submersis persequentibus
letis cantemus vocibus
et nuntiemus fratribus
cum modulo
quia surrexit Dominus
de tumulo.
In Galileam ibimus
ibi Ihesum videbimus
ibi leti cantabimus
cum modulo
quia surrexit Dominus
de tumulo.
Festum quod hic est annuum
erit nobis continuum
Alleluya perpetuum
cum modulo
quia surrexit Dominus
de tumulo.

Traduzione: «Il faraone giace annegato. Si rallegrino le figlie di Sion, le sorelle di Aronne cantino in ritmo [?] che il Signore è risorto dal sepolcro. Poiché sono annegati coloro che ci seguivano, cantiamo con voci gioiose e proclamiamo in ritmo ai fratelli che il Signore è risorto dal sepolcro. Andremo in Galilea, e là vedremo Gesù e canteremo lieti in ritmo che il Signore è risorto dal sepolcro. Poiché qui celebriamo una festa annuale, canteremo per sempre in ritmo un “Alleluia” eterno perché il Signore è risorto dal sepolcro».

Bibliografia essenziale: Giuseppe Vale, Un uso liturgico aquileiese dimenticato e i vesperi di Pasqua a Cividale, in «Memorie storiche Forogiuliesi», vol. 2 (1906), pp. 87-95; Emidio Papinutti, Il processionale di Cividale, Gorizia, Ed. di «Int Furlane», 1972, pp. 105, 184-188; Renato della Torre, Il «Submersus iacet Pharao», in Le polifonie primitive in Friuli e in Europa, Atti del congresso internazionale (Cividale del Friuli, 22-24 agosto 1980), a cura di Cesare Corsi e Pierluigi Petrobelli, Roma, Edizioni Torre d’Orfeo, 1989, pp. 139-142.

Inserisci un commento