Il Planctus Mariae

Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, Archivi e Biblioteca, cod. CI

Il Planctus Mariae et aliorum in die Parasceven è un dramma liturgico trasmesso dal processionale cividalese (cod. CI, cc. 85r e ss.) ed è attribuito da Vale e Papinutti al sec. XV, da altri studiosi al secolo precedente. Esso si segnala, tra i drammi presenti nei codici cividalesi, per dimensioni e per potenzialità rappresentativa: dal momento che il Planctus era rappresentato il venerdì santo subito dopo il canto della passione, verosimilmente ai piedi del grande crocifisso romanico che tuttora si può ammirare nella collegiata di Cividale, esso riceveva la funzione di parlare del dolore interiore della Vergine Maria e dei discepoli, dopo che la narrazione evangelica si era soffermata, con sobrietà, sulla passione e la morte di Cristo: una sensibilità che riflette gli sviluppi teologici che nei secoli precedenti avevano riguardato la riflessione teologica sul ruolo della Vergine nella redenzione. Protagonisti del dramma sono infatti la madre di Gesù, Maria Maddalena, Giovanni, Maria di Giacomo, Maria di Salome, che si alternano in diciannove interventi.

Secondo i musicologi Pierluigi Petrobelli e Giulio Cattin neppure il Planctus Marie, come del resto nessuno fra i drammi liturgici cividalesi, può essere considerato autonomo e originale sul piano poetico-musicale; il ritrovamento di ulteriori esemplari in un codice miscellaneo della Biblioteca di Santa Maria della Consolazione a Venezia (ms. lit. 4, sec. XIII-XV) e in un processionale padovano della Biblioteca Capitolare (cod. 56, sec. XIV) mostra una volta di più come tali composizioni siano parte di un repertorio piuttosto ampio entro il quale si possono riconoscere, sia a livello testuale che melodico, rapporti di imitazione, filiazione, probabilmente da modelli ora perduti. La pratica della centonizzazione coinvolge sia il testo che la melodia, dal momento che essi denunciano vistosi richiami ad antifone e a sequenze.

Secondo Cattin, dunque, la versione cividalese del Planctus avrebbe adattato l’antigrafo in modo meno fedele e più creativo rispetto agli altri codici.

Ciò che caratterizza il Planctus cividalese è inoltre l’insieme di particolareggiate didascalie mimiche e sceniche che, tra le linee del tetragramma, accompagnano ogni espressione, corroborando la profonda drammaticità di alcuni passaggi melodici, il variare delle frasi e la singolare naturalezza nelle esclamazioni. Oltre che da questi aspetti, la suggestione è data dalla perfetta fusione di dialogo, musica e gesto scenico: la natura sobria e rituale della melodia si armonizza con le esigenze espressive di testi assai intensi, ottenendo risultati di liricità sublime ed essenziale, come si può intuire da questo brano:

[…] Maria maior
Hic se vertat ad homines manibus apertis.
Ubi sunt discipuli
quos tu dilexisti?
Hic se vertat ad mulieres manibus apertis.
Ubi sunt apostoli
Hic ostendat Christum.
quos tantum amasti?
Hic se vertat ad populum.
Qui merore teriti
omnes fugierunt
et te solum, Fili mi,
Hic ostendat crucem.
in cruce demiserunt.
Hic se percutiat pectus.
Heu me! Heu me! misera Maria! […]

Traduzione: «Maria Vergine – qui si rivolga verso gli uomini, a braccia aperte -: Dove sono i discepoli che ti sei scelto? – qui si rivolga verso le donne, a braccia aperte – Dove sono gli apostoli – qui indichi Cristo – che hai tanto amato? – qui si rivolga verso il popolo – Sopraffatti dal terrore sono tutti fuggiti e ti hanno abbandonato, solo, figlio mio, – qui indichi la croce – sulla croce. – qui battendosi il petto – Ohimé, ohimé, misera Maria».

Questa forma di teatro sacro, così vicina a quella liturgia di cui costituisce una sorta di prolungamento, ripropone e media in modo nuovo la storia della salvezza. I contenuti dottrinali cristallizzatisi nelle antichità cristiane in una lingua, in riti, simboli e gesti, dovevano risultare ormai incomprensibili per le popolazioni romanze. Se la lingua è ancora quella latina, rispetto a essa grumi sonori, musica, mimica e scena assumono un ruolo di importanza superiore. Il carattere suggestivo del gesto scandito e la melodia del canto sono in grado di risarcire e, anzi, di valorizzare nel cerchio del mistero religioso quanto di semanticamente opaco si coagula nelle parole latine. Nell’insieme il messaggio resta dunque trasparente e fascinoso anche per il destinatario non acculturato. L’uso del volgare al posto del latino e l’adozione di accessori e costumi più complessi caratterizzeranno l’avvento delle sacre rappresentazioni, tipica forma di teatro religioso del tardo medioevo ed espressione spontanea e privilegiata della nuova religiosità e spiritualità popolare. Il pubblico laico, non più estraneo ma attivo nella preparazione dell’evento, ha contribuito a conferire alle rappresentazioni una rilevanza sociale e non soltanto religiosa.

L’esecuzione qui proposta è tratta dal compact disc Visitatio. Holy Week in Cividale del Friuli, New London Consort, Philip Pickett, Editions de L’Oiseau-Lyre – Decca, 1998.

Bibliografia essenziale: Edmond De Coussemaker, Drames liturgiques du Moyen Age, texte et musique, Paris-Rennes 1860 (rist. anast., New York 1964), pp. 204-310, pp. 344-347; Giuseppe Vale, Il dramma liturgico pasquale nella diocesi aquileiese, in «Rassegna gregoriana», 4 (1905), pp. 193-202; Pio Paschini – Giuseppe Vale, Gli antichi usi liturgici nella Chiesa d’Aquileia dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, Padova 1907; Piero Damilano, Il «Planctus Mariæ» di Cividale, in Le celebrazioni del 1963 e alcune nuove indagini sulla musica italiana del XVIII e XIX secolo, Siena 1963, pp. 137-144; Sandro Sticca, The Literary Genesis of the Latin Passion Play and the Planctus Mariae: A New Christocentric and Marian Theology, in The Medieval Drama, a cura di S. Sticca, Albany 1972, pp. 49-63; Sandro Sticca, Il «Planctus Mariae» nella tradizione drammatica del Medioevo, Sulmona 1984 (rist.: Downling Scholarly Reprint Series, Binghamton 20002); Giulio Cattin, Il pianto della Madonna e la visita delle Marie al sepolcro. Introduzione, testi e melodie del secolo XIV secondo una sconosciuta fonte di Venezia, Venezia 1994; Giulio Cattin, Tra Padova e Cividale: nuova fonte per la drammaturgia sacra nel Medioevo, «Il Saggiatore musicale», I (1994), pp. 7-122.

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